Pozzis Samarcanda

By admin
Lug 2nd, 2021
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Domenica 1 Agosto | ore 21:15

È NECESSARIO PRENOTARSI QUI:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-pozzis-samarcanda-162025493613?aff=erelexpmlt

Genere Documentario
Regia S.Giacomuzzi
Sceneggiatura S.Giacomuzzi
Produzione Uponadream Studios
Sito Web Uponadream.it

È NECESSARIO PRENOTARSI QUI:
https://www.eventbrite.it/e/biglietti-pozzis-samarcanda-162025493613?aff=erelexpmlt

Alfeo Carnelutti, da tutti conosciuto come “Cocco”, si sta preparando ad affrontare un viaggio in moto per Samarcanda. Cocco ha 73 anni. E’ un eremita. Ha scontato 10 anni in prigione per omicidio ed è affetto dal morbo di Crohn. Questi presupposti basterebbero a rendere l’impresa che si accinge a pressoché unica, ma c’è un ulteriore elemento a decretare la grandezza della sfida: Cocco compirà il suo viaggio con un Harley-Davidson del ’39, una moto di 5 anni più vecchia di lui. Un simile viaggio con una moto di ottant’anni rappresenterebbe una sfida anche per un ventenne. Ecco perché se Cocco dovesse riuscire nell’impresa meriterebbe di essere annoverato tra i grandi della storia della motocicletta. Forse il suo nome potrebbe comparire nei libri accanto a quello di Burt Munro, lo storico motociclista neozelandese che Antony Hopkins interpretava nel film La Grande Sfida. A questo punto ci chiediamo chi sarebbe l’attore adatto a ricoprire il ruolo di Cocco in un ipotetico film sulla sua avventura, se non fosse che il film sulla grande sfida di Cocco non è ipotetico, si chiama Pozzis, Samarcanda e Cocco interpreterà se stesso. Questo documentario racconterà il duplice viaggio di Cocco: quello nello spazio, da Pozzis a Samarcanda, e quello nel tempo, nella sua memoria.

Il primo viaggio è appunto quello nello spazio, da Pozzis a Samarcanda. Oltre 7000 chilometri separano il paesino abbandonato di montagna da una delle più antiche città al mondo, crocevia delle più disparate culture. Pozzis e Samarcanda rappresentano due realtà distanti, non solo nello spazio, ma prima di tutto nella storia che le caratterizza. Durante questo viaggio verso oriente, dal cuore dell’Europa al cuore dell’Asia, Cocco entrerà in contatto con culture profondamente diverse dalla sua. Attraverso le interazioni tra Cocco e gli abitanti dei differenti paesi questo documentario si propone di analizzare in maniera discreta, piuttosto che narrativa o didascalica, le culture con cui Cocco si confronterà.
La barriera linguistica che separa il protagonista del documentario dalle persone che incontra parrebbe essere un limite o quantomeno un ostacolo nell’approccio a popoli dalla cultura così diversa, ma questo limite si rivelerà un valido espediente per un’analisi dei limiti del linguaggio. Pozzis, Samarcanda vuole porre importanza sui gesti piuttosto che sulle parole, su una forma di comunicazione più semplice e ancestrale (e forse più profonda, più vera) che trascenda le parole. “Words, words, words. Shakespeare, insuperato maestro di parole, le disdegnava. A Guayaquil come a Buenos Aires o a Praga, hanno sempre meno peso delle persone” scrive Borges in uno dei suoi racconti. Quindi un viaggio sì nello spazio, ma dapprima un viaggio attraverso (e verso) gli uomini, poiché come crede Magris, la meta del viaggio sono anzitutto gli uomini.

Il racconto di questo primo viaggio, che deve ancora essere scritto, si intreccerà con il racconto di un secondo viaggio, che in qualche modo è già stato compiuto, è già stato scritto. Se il primo viaggio si dipanerà lungo le strade che congiungono Pozzis a Samarcanda, il secondo viaggio, che ha luogo nel tempo, si svolgerà nella memoria. Durante il viaggio per Samarcanda Cocco racconterà del viaggio che lo ha portato dove si trova ora, spiegherà cosa lo abbia spinto a vivere da solo in un paese abbandonato in montagna, racconterà della sua passione per le moto, dell’incidente che lo ha costretto a smettere di correre competitivamente, di come sia stato segnato dagli anni passati in ospedale e dagli anni passati in carcere.
Una storia inusuale quella di Cocco, la storia di un uomo che a oltre 70 anni non è stanco di vivere, ma allo stesso tempo non ha paura di morire ed è pronto a intraprendere un viaggio verso oriente, verso quella città che ha da sempre idealizzato. Samarcanda è forse una meta scelta arbitrariamente, come espediente per raggiungere le infinite altre mete che segneranno ogni punto del percorso. Una meta che forse nel profondo Cocco si auspica di non raggiungere mai, perché il suo valore risiede nel suo nome esotico, che la rende così distante, irraggiungibile – come la luce verde de Il Grande Gatsby – eppure rappresenta la forza propulsiva che lo spinge a viaggiare. Raggiungere la meta implicherebbe la perdita del suo potere trascendentale. Cocco che dice “magari morire per strada, sarebbe bellissimo!” ricorda un po’ Magris, che ne L’Infinito Viaggiare scrive “viaggiare non per arrivare ma per viaggiare, per arrivare più tardi possibile, per non arrivare possibilmente mai”.
Pozzis, Samarcanda è la storia di un viaggio che non può essere pianificato, scritto o sceneggiato, essendo il viaggio nella sua forma più pura l’emblema dell’imprevedibilità. Questo viaggio, intessuto nella trama dello spazio e del tempo, non potrà che essere scritto dal Reale, impareggiabile sceneggiatore. Dunque al Reale lo lasceremo scrivere.

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